Il Dono dei magi (O.Henry, 1906)

Il dono dei magi comincia col parlare di una somma di denaro: «Un dollaro e ottantasette cent». È tutto ciò che Della ha potuto mettere da parte nel corso dell’anno mercanteggiando con il macellaio e il droghiere. La sua parsimonia nelle transazioni commerciali nascondeva un desiderio generoso: quello di poter comprare per il marito Jim un regalo di Natale non troppo misero. Ma è già la vigilia della festa e il suo gruzzoletto è di gran lunga insufficiente. Con le lacrime agli occhi, Della si decide allora a vendere l’unico tesoro che possiede, la sua abbondante capigliatura bruna che le arriva fino alle ginocchia. Con i venti dollari così ottenuti, compra una catena di platino che sembra fatta su misura per l’orologio d’oro di cui Jim va tanto fiero. Ritornata a casa, Della sistema i pochi capelli che le sono rimasti in minuscoli ricci e aspetta il ritorno del marito.

Quando Jim arriva, fissa stupito gli strani riccioli della moglie. «Non guardarmi a quel modo!» esclama Della, e gli spiega di aver venduto la propria chioma per comprargli un regalo. «Forse i miei capelli erano contati, – prosegue – ma nessuno potrebbe mai misurare il mio amore per te.» Jim l’abbraccia e poi tira fuori dal suo cappotto liso un pacchetto che spiega il suo stupore: esso contiene un set di fermagli di tartaruga di un colore perfetto per la capigliatura sparita. Della sognava da tempo di poterli avere, e ora non può più portarli… Ma si consola pensando al suo regalo per Jim, che egli non ha ancora visto. Senza aspettare oltre, gli dà la catena e propone di attaccarvi subito l’orologio. «Della, – risponde Jim – mettiamo via i nostri regali di Natale per un po’ di tempo. Io ho venduto l’orologio per comprarti i pettini».”¹

¹Mark Anspach, A buon rendere. La reciprocità nella vendetta, nel dono e nel mercato, Bollati Boringhieri editore s.r.l., 2007


Il terzo luogo

Mi chiedevo come mai ci ritroviamo qui, a scrivere blog, a cercarci gli uni nelle parole degli altri, a smascherarci sperando di essere trovati da chi come noi.

Questa strana fame di trovare altri non come me, ma che abbiano sofferto come me, o pianto come me, o perso come me.

Mi sento cattiva a sperare conforto in parole simili alle mie perché è come sperare che altri siano soli al buio nelle proprie insicurezze, nelle proprie assenze, nelle proprie mancanze.

Eppure.

Eppure trovare conforto nell’essere letta e nel leggere e trovare l’affinità, l’esperienza comune, un male simile espresso con altre parole.

Mi fa sentire meno piccola e mi fa capire che quello che è mancato a volte, spesso, forse sempre, è stata la possibilità di esprimere il dolore senza doversi vergognare, senza doversi giustificare, senza dover mascherare o mentire. Perché non è la soluzione che cerco, ma la costruzione di un terzo luogo, quello della relazione, neutrale e senza regole, in cui poter mostrare e in cui osservare senza per forza voler modificare.


Respirare, non respirare

Mi chiedevo solo come facciamo a conviverci col fatto che le persone scompariranno dalla nostra vista.

Magari lo faranno in silenzio, un po’ alla volta, fino a quando non ci avranno anestetizzato alla loro assenza.

Oppure lo faranno all’improvviso, o per scelta, o perché così è dovuto accadere, senza darci il tempo di prendere qualcosa per tamponare il dolore.

E noi lo sappiamo, lo sappiamo ogni giorno che respiriamo che questa è l’unica legge che ci tiene tutti legati assieme, che ci fa scendere al gradino più basso nella scala dell’umiltà e lì, solo lì, ci dovrebbe dare l’opportunità di guardarci dritti negli occhi, senza trucchi e senza rancori.

E mi verrebbe voglia di abbracciarvi tutti perché quando non riesco a smettere di pensare che domani vi avrò persi tutti, io non riesco a respirare.


Ci si può imporre di essere felici

Forse è vero che non ci si può imporre di essere felici.

Forse è vero che non si può amare quando ci si impone di farlo.

Forse è vero che non abbiamo potuto scegliere che direzione dare alle nostre vite.

Ma forse, dico forse, non c’è la possibilità che abbiamo sbagliato qualcosa? Che ci siamo arresi troppo presto? Che ci siamo piegati all’infelicità quando ancora potevamo sorridere?

A volte ho come l’impressione che siamo stati noi i primi a scappare dalle cose che ci hanno resi felici. Alcuni dicono che sia paura, altri dicono che sia la forza delle cose.

Forse semplicemente non sappiamo gestire gli amori travolgenti, i risultati brillanti, la scoperta di essere più di quello che ci hanno sempre rinfacciato di non essere.

Sentirsi inconcludenti per una vita intera e poi vedere che là fuori, ma soprattutto qua dentro, ci sono cose che ci fanno capire quanto possiamo essere speciali per gli altri, ci spiazza. Ci fa sentire scoperti, in difetto. Non lo meritiamo.

E allora, forse, meglio rinunciare.

Meglio allontanarsi dalle cose che ci rendono felici, non lottare per loro, adagiarsi su situazioni che altri ci impongono e soffrire dentro, in silenzio, senza darlo a vedere.

Perché è così che si deve vivere, non dipendendo da altri, non mostrandosi troppo, soffrendo da soli, perché non ci si può imporre di essere felici.


Quel giorno, scritti o caffè

C’è stato un giorno, non saprei dire esattamente quale, in cui ho dovuto smettere di credere che alla fine saresti tornato.

E’ stato un giorno come un altro, credo. Continuavo a sentire la mancanza di te lacerarmi la bocca dello stomaco a morsi voraci. Continuavo a pensare che non c’era motivo ragionevole per cui tu mi fossi lontano, per cui tu avessi scelto di andare via da me. Non poteva esserci motivo per il fatto che ogni giorno per due anni, passati così veloci, così vuoti, io non avessi ancora smesso di sentirmi una persona che aspetta.

Perché quando gli amori sono costretti a finire, come si può farsene una ragione?

Non riuscivo a vivere con il nodo alla gola che ogni giorno mi strozzava per tutte le cose che volevo raccontarti. Quante chiacchierate con te nel buio della mia notte… hai esplorato le mie emozioni più segrete e neanche posso dirtelo. Hai deciso per me che non posso comunicare, mi hai stretto un bavaglio alla bocca che mi soffoca ogni giorno di più, che quando piango quasi mi lascia senza respiro.

Eppure, nonostante tutto, non so come, sei la luce delle mie giornate, sei quello a cui penso quando devo fare scelte importanti, quando devo decidere del mio futuro, del mio presente, di quello che sono. Mi tieni per mano ogni giorno e mi accompagni aiutandomi dove da sola non riuscirei mai.

Sei la mia forza e la mia debolezza.

Un tempo mi punisti per la mia fragilità, perché non seppi affrontare quello che non conoscevo.

Oggi ho capito che in quella fragilità avresti dovuto vedere tutto quello che avevo, e non tutto quello di cui mancavo. Avresti dovuto darmi una possibilità, avresti dovuto credere che ce l’avrei fatta.

Ma forse la verità è sempre stata una e una soltanto. Non sono mai riuscita veramente a capirti, a vederti, a leggerti a voce bassa. Sono sempre stata qualche gradino sotto di te e la mia vista per questo era sempre incompleta. Quante cose mi devono essere sfuggite.

Un giorno, forse sorseggiavo il caffè di prima mattina, forse rileggevo distrattamente i tuoi scritti, ho capito tutto questo all’improvviso. Così. Come una di quelle cose che sai ma a cui non pensi. E per la prima volta me la sono detta. Mi sono detta che non ero abbastanza per te.

Non è stato un giorno drammatico. Sono rimasta sul divano, forse col caffè, forse con i tuoi scritti, e ci sono rimasta per chissà quanto tempo.

A che serviva alzarsi a quel punto?


Sabbia

E’ per questa sensazione alla bocca dello stomaco, alle braccia, alle dita, agli occhi, alle guance, alle labbra, alla gola, che non penso più. Sentire la testa vuota per non sentirla pesante.

Mi ritrovo sempre più una scatola vuota. Sempre con la risposta pronta e senza più il silenzio della riflessione. Non leggo più, non studio più, non mi espongo più. Non faccio più tutte quelle cose che potrebbero rivelarsi spunto di pensiero.

Ma quando è successo tutto questo? Quando senza accorgermene mi sono spenta per non bruciare? Quando per dimenticare di amarti ho smesso di amare? Quando sono diventata solo carne pesante per non sentirmi libera di correre da te?

Sento la testa come invasa da sabbia, pesante e indistinta. Scuoto la testa, la reclino di lato per far cadere qualche granello e far entrare un po’ d’aria, un po’ di pensiero. E subito da lontano sento l’eco del rumore del mare. E’ passato un secondo e già sto piangendo, tremo.

Corro subito a rimettere la testa bella dritta, così che non esca più sabbia e non si crei spazio per l’anima che viaggia.


E’ successo.

Stavi camminando verso il grigio di una neve sporca

quando hai deciso di voltarti.

Non volevi,

hai provato a distrarti.

Bottiglie di vino sul ciglio della strada.

Ma nel vino rosso hai visto il mio riflesso,

ti sei dovuto fermare,

ruotare.

E mi hai vista,

la prima volta come tante.

Sei scivolato tra le mie labbra,

i tuoi occhi sono rotolati sulla mia schiena.

Poi siamo caduti,

piccoli fiocchi di neve.

Le tue gambe mi hanno morsa,

il tuo alito ha riscaldato

la mia pancia gelida.

Sento le tue mani,

ma non sento il tuo odore.


E quindi è così.

Mi manchi, ma a parte questo cosa possa dirti?

Posso dirti che le cose migliorano. Lo so all’inizio non ci si crede e dici “da qui non ne esco”. Poi ti ritrovi seduta a tavola, o magari lavori, e senti che manca qualcosa. Manca quel senso di fastidio alla bocca dello stomaco con cui ti sei abituata a convivere. E ti senti un po’ serena. Magari non dura molto. Ma insomma, accontentiamoci!

Qualche tempo fa ho rischiato di avere un problema di salute, uno di quelli brutti sai, che ci puoi rimanere, e dall’oggi al domani, è tutto cambiato. Avevo deciso di non affrontare nulla sai? Di non sapere di cosa di trattasse. Volevo lasciarmi andare, far capitare ciò che doveva capitare senza oppormi.

Perché? Ci ho messo un po’ a capirlo, ma non volevo altro che punire, me e le altre persone. Che cosa idiota, lo so. Ma mi sentivo un po’ abbandonata, e così mi sono abbandonata anche io.

E’ sempre così, affrontare le cose sembra un passo troppo grande, meglio rotolarsi e autocommiserarsi un po’!

Poi è arrivata una persona nella mia vita, una persona che e mi ha aiutato ad affrontare tutto. E sai una cosa? Alla fine non era nulla di così grave. Ma mi porto dietro mesi di stress e solo perché sono una meravigliosa cogliona!

E quindi è così che si fa per ricominciare: si decide di fare, di fare qualcosa, di fare poco, di fare molto. Non importa, basta iniziare da qualche parte.


Malinconia, la mia

Non punirmi per la  mia malinconia.

La malinconia non è il male, serve a ricordarmi che, anche se vado avanti,  il passato l’ ho vissuto intensamente.


Essere persona

Una volta mi sono convinta di essere una persona.

Da allora non ho più smesso, e ogni deviazione è da me punita.

Ho deciso che le commedie non fanno per me, che il romanticismo mi fa venire il diabete, che la musica è solo quella buona. I film devono essere d’autore, i vestiti non di marca e le birre scadenti. Le persone mature, altrimenti lontane da me.

E mi sono messa e giudicare, perchè il rosa è stupido, le discoteche sono inutili e i cocktail con la redbull sono da ragazzini.

Io invece sono quella con i gusti raffinati, che non va al cinema con gli amici perchè loro non potrebbero capire, che il sabato sera sta a casa perchè ballare la annoia, che a San Valentino fa la cinica perchè le feste sono consumistiche.

Un giorno decisi di essere tutte queste cose. Perchè avevo bisogno di piacermi, perchè volevo crescere velocemente, perchè non volevo perdere tempo con le cose inutili.

E adesso c’è la luna piena, che nel cielo scuro brilla di un bianco perla che commuove.


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